Meritocracy

Meritocrazia. Se la “democrazia” è “il governo del popolo”, la meritocrazia è “il governo di chi lo merita”. Contrariamente a quanto dicono i disfattisti di sinistra, ignobili contestatori di veline, letterine e igieniste, da quando c’è Berlusconi al potere la meritocrazia è sensibilmente aumentata. Io ve lo dimostrerò parole alla mano.

Merito, dal latino meritum, con il verbo mereri, significa ottenere in premio, guadagnare e acquisire (da una radice *mer, che indica la parte nella spartizione). E’ il giusto, equo ed equilibrato compenso per chi fa un servizio. Ed è da questa parola che deriva la merce, la mercede e la meretrice (letteralmente, colei che si dà per un compenso, una mercede, appunto). Inaugurando la meritocrazia all’italiana, Silvio, tra le mille cose, si dimostra esperto anche di etimologie.

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Il travaglio di Travaglio

Può un uomo essere fedele a se stesso fino in fondo? Sì, se ti chiami Travaglio. La vis polemica del giornalista è nota, ed è tanto dolorosa che il nome stesso sembra suggerirlo. E’ forse fedele a se stesso fino a questo punto? Il “travaglio” è il dolore del parto. Dolore creativo, necessario ma fruttuoso? Mah. In italiano antico (non così tanto, basta andare fino a Leopardi) è il tormento, l’afflizione continua e senza rimedio. Sarà allora questo? Forse per certuni (Pdl in particolare) ma non per tutti.

Magari l’etimologia può risolvere questo dubbio. “Travaglio” deriva dal latino trabaculum, e indica un oggetto fatto di travi (trabs) con una funzione particolare: “gabbia nella quale venivano messe le bestie fastidiose o intrattabili per medicarle o per ferrarle”. Ah! Sembra che ci sia proprio tutto: la gabbia (formata da dati, sentenze, e archivio), il tormento, e anche l’animale di turno, fastidioso e intrattabile (e qui ci si può sbizzarrire: da Ghedini a Belpietro) caduto nelle sue grinfie e bisognoso di qualche salutare punzecchiatura.

Ma forse ancora non ci siamo. Travaglio, come si diceva, discende da trave. Che a sua volta deriva da una radice *trap, che si ritrova anche nel greco trapein. E indovinate cosa significa? Ma è ovvio: “pestare, calpestare, conficcare”. Ci arrendiamo. Evidentemente ci sono uomini il cui nome è il loro destino.

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Non riesco a mettere via te

Ovvero:  i mille usi del verbo “mettere”

Chi si dimette ammette? Cosentino rimette l’incarico per manomettere le elezioni. Berlusconi promette, promette, ma poi l’Udc si intromette. E Cosentino smette. “Nessuno mi mette nel sacco”, emette. Si immette dimessa l’opposizione: “Perché ora lo si permette?” premette. “E perché non dismette i panni del deputato? ” E Silvio trasmette: “Non può restare chi commette reati”. Va bene, ma omette se stesso? C’è chi ci scommette.

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Smog

Smog: da smoke e fog.  Il fumo e la nebbia. L’inquinamento allo stato gassoso, visibile e simbolico. Se c’è lo smog, l’aria è come a Londra: umida, fredda e inquinata. Smog: parola inglese per clima inglese. Sì, va bene, ma se smoke deriva da una radice *smeuch, che vuol dire banalmente fumare (come dimostra il greco smychein, cioé  “fumare per fiamme alte”), ben altro destino meritava il fumo: dal latino fumus; da una radice *dhu, che aveva il senso di agitare, eccitare. E in greco era il verbo thyo: essere trasportato con impeto, o thyos, il profumo, il nutrimento degli dei – e il furore; e soprattutto thymos: la forza, il coraggio, l’ardore vitale, perché all’epoca antica siffatta qualità era collocata nei polmoni. Il respiro dell’affanno valoroso, tanto forte e vivo che gli eroi omerici ci parlavano insieme, e a volte lo sgridavano. Platone considerava il thymos uno dei tre elementi costitutivi dell’anima dell’uomo, il lato passionale, della rabbia e dell’amore.

E poi? e poi venne il latino, che ne elimina la sua consistenza spirituale. Assume i caratteri più densi ma confusi di una visione poco chiara. Il fumus è l’apparenza: è il fumus boni iuris, o il più noto fumus persecutionis. Il sospetto, il sembrare, il fumo poco chiaro che nasconde. 

Ora tutto è inglorioso. Il fumo non fa più vivere gli dèi, ma uccide gli uomini. Disperso nelle città dei tempi d’oggi, in crisi di identità, si è inquinato. Banale come lo smoke, diventa pian piano smog.

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Uno sguardo al “Cielo sopra Milano”

Non basta girare per una città per capirla. Non ci riuscivano nemmeno gli angeli di Wenders sopra Berlino. Fu necessario per loro diventare uomini, per sperimentare e capire le sensazioni, i dolori, la fame e soprattutto i colori. Per noi umani, invece, è un poco più semplice: ci aiuta il blog di Emanuela Meucci, mia compagna di master. “Il cielo sopra Milano” è il titolo; l’argomento è Milano, Milano, Milano: la vita, gli eventi, le cronache, i pensieri e i temi più scoperti e più coperti della città che non dorme mai. I post sono sempre ben studiati, precisi. Hanno la rara qualità di essere semplici, ma perché cesellati. E sono, soprattutto, interessanti.

Milano nel blog tiene fede alla sua origine, che è da Mediolanum, e ristabilisce così la sua funzione: essere al centro, essere il centro della pianura, (i latini volevano intendere così l’oscuro toponimo celtico), e il cielo sopra di essa discende dal latino caelum, a sua volta parente del greco koilos, da una radice *ko; ku-. E vuol dire “concavo, cavo”, come una coppa. Ben lontano dall’essere coperto da smog e nuvole, è il ricettacolo dei pensieri, dei sogni e degli accadimenti dei milanesi di ogni giorno, occasionali e non. Per questo motivo trovo il titolo del blog azzeccato. Un cielo che non nasconde, ma mette in mostra.

(Diverso sarebbe stato con sky. Parola inglese per un clima inglese. L’origine infatti è da una radice *(s)keu, vicina a hide, che significa nascondere, e che indica un cielo nuvoloso, coperto. Parola inglese per clima inglese, appunto).

Il mio unico suggerimento, se posso, è, semplicemente, di continuare così.

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60 giorni di freddo

Visto che, a quanto pare, anche febbraio e marzo saranno freddissimi, occorre prepararsi bene anche con le parole da usare. L’ Europa sarà senza dubbio nella morsa del gelo. Ci sarà freddo, tanto freddo. Ghiaccio (e ghiaccioli), venti polari, gente intirizzita e geloni. Ebbene, ecco un prontuario di parole fresche, anzi, fredde. Meglio: gelide. Che dico? ghiacciate.

-gelo. oltre che dal latino, deriva da un’antica radice kel-kol; che in inglese è cold, vocabolo all’apparenza tanto lontano dal freddo quanto le miglia dai chilometri, e tanto vicino al calore, al caldo (per non parlare del tedesco).

– freddo: ora il tempo è freddo; si pensi che una volta era frigidus, cioè  con la proprietà del frigor, la bassa temperatura, che si trova anche nel greco rigeo (senza l’onomatopeica f, che sparisce) e che significa semplicemente, avere freddo e tremare, soffrendo aspramente.

-infine, scivoliamo fin sul ghiaccio, parola che deriva dal latino glacies e indica allora come oggi l’acqua resa solida dal freddo;  la radice sarebbe un’antica forma galak, probabilmente “essere lucido, risplendere”.  Forse legata a quella radice che darà poi l’inglese glass, il vetro, anche perchè, com questo, il ghiaccio è lucido e tagliente.

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Promemoria nel Giorno della Memoria

Il ricordo e la memoria non sono la stessa cosa. Mi permetto, in questo post, di giocare – un poco – più che con i significati, con le etimologie, che balzano all’occhio di tutti. “Ricordo” è cosa che appartiene al cuore, perché è figlia  di re-cordari, parola in cui si intravede –corda, che apre a cor, il cuore. Se ricordare non è difficile, rammentare (re ad mentem) è già operazione più laboriosa, nata e vissuta sempre con fatica.

Il cuore è per noi moderni tradizionalmente legato alla sfera dei sentimenti, con i suoi moti e i suoi sospiri. Certo, non è sempre stato così: nell’antichità era considerato il centro dell’attività vitale in generale, e perciò anche del pensiero. Ma non importa. Il cuore è il mondo delle emozioni, la mente del pensiero, della ragione. Anche se con difficoltà, nella mente si svolge l’attività faticosa, ma lucida, della riflessione. E qui sta il punto: è questa la differenza tra ricordo e memoria, tra le folgorazioni brevi del sentimento e la lenta solidità della ragione. Non a caso “memoria” deriva dalla radice *men, che in greco dà mneme, e il verbo mimnesco, ma che soprattutto è la stessa di “mente” (dal latino mens, radice, appunto, *men).

Per concludere, a futura memoria, ricordo solo questo: per gli antichi, l’espressione “venire in mente” aveva significato letterale. I pensieri erano visti come entità esterne all’uomo, che entravano nella mente – e nel cuore – solo per intervento (e quindi manifestazione) divini. La fortuna nostra di non credere più a questo, ma a un’origine spontanea, personale e propria dei pensieri (con tutta l’attività neurologica del caso) è dono e responsabilità che non si deve mai, naturalmente, dimenticare.

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