Può un uomo essere fedele a se stesso fino in fondo? Sì, se ti chiami Travaglio. La vis polemica del giornalista è nota, ed è tanto dolorosa che il nome stesso sembra suggerirlo. E’ forse fedele a se stesso fino a questo punto? Il “travaglio” è il dolore del parto. Dolore creativo, necessario ma fruttuoso? Mah. In italiano antico (non così tanto, basta andare fino a Leopardi) è il tormento, l’afflizione continua e senza rimedio. Sarà allora questo? Forse per certuni (Pdl in particolare) ma non per tutti.
Magari l’etimologia può risolvere questo dubbio. “Travaglio” deriva dal latino trabaculum, e indica un oggetto fatto di travi (trabs) con una funzione particolare: “gabbia nella quale venivano messe le bestie fastidiose o intrattabili per medicarle o per ferrarle”. Ah! Sembra che ci sia proprio tutto: la gabbia (formata da dati, sentenze, e archivio), il tormento, e anche l’animale di turno, fastidioso e intrattabile (e qui ci si può sbizzarrire: da Ghedini a Belpietro) caduto nelle sue grinfie e bisognoso di qualche salutare punzecchiatura.
Ma forse ancora non ci siamo. Travaglio, come si diceva, discende da trave. Che a sua volta deriva da una radice *trap, che si ritrova anche nel greco trapein. E indovinate cosa significa? Ma è ovvio: “pestare, calpestare, conficcare”. Ci arrendiamo. Evidentemente ci sono uomini il cui nome è il loro destino.

“Come si diceva, travaglio deriva da trave”. Ecco: contiene un invito a guardare la trave nel proprio occhio invece che la pagliuzza in quello altrui?
Per carità, no di certo. Altrimenti parte un’altra lettera a Santoro.
Darius ti stimo.